Intervista a Romano Bertola
 

Intervista realizzata da Lorenzo Bassi e Diego Pavesi il 7 dicembre 2004.

 

Romano Bertola è un personaggio di culto per tutti coloro che si occupano di comicità. Considerato uno dei più grandi battutisti italiani, Bertola è un signore torinese, molto schivo e appartato, che nella sua lunga carriera ha fatto un po' di tutto: ha ideato, musicato e prodotto centinaia tra caroselli e spot pubblicitari (alcuni dei quali famosissimi come il Merendero, l’Olandesina, Jo Condor e il Gigante Amico), ha composto canzoni di successo, scritto libri per bambini e commedie musicali.

Tra i suoi ultimi libri ricordiamo Le caramelle del diavolo (Mondadori 1991), Includetemi fuori (Kowalski 2003) e Tra l'inferno e il paradosso (Addiction 2005).

Signor Bertola, ci regala alcuni suoi cenni biografici?

Volentieri. Sono nato a Torino il 10 maggio 1936, e qui ho sempre vissuto. Ancorché sia figlio di un ferroviere, amo poco viaggiare. Mio padre m’ha lasciato questo retaggio di rancore nei confronti dei binari… il piacere se l’è preso tutto lui... [ride, N.d.R.]

Romano Bertola

 

Come è diventato autore pubblicitario?

Per puro caso, come accade spesso. Io volevo fare lo scrittore, lo scrittore serio… Gravitavo intorno al gruppo della casa editrice Einaudi, ero amico di Italo Calvino, di Franco Antonicelli… tant’è che nel 1958 un mio romanzo intitolato La stanza delle mimose vinse il premio Cesare Pavese. Poi per caso ho conosciuto Armando Testa. Una mattina mio padre, forse stanco di vedere questo ragazzone alto e magro gravitare intorno alla casa, mi disse: “Guarda che c’è un annuncio sul giornale che dovrebbe interessarti, tu che ti spacci per uno intelligente…". L’annuncio recitava: “Armando Testa: cercasi intelligenza”. Mi presentai e fui assunto. Io non sapevo assolutamente nulla della pubblicità, la vedevo (come tutti) sui manifesti, sui tram o al cinema. All'inizio non ero molto contento, perché l’idea di fare orario d’ufficio non mi andava proprio. Così, dopo un mesetto, cercai a tutti i costi di farmi licenziare, presentandomi ogni mattina sempre più in ritardo, finché un giorno Testa mi convocò nel suo ufficio e mi disse: "Senta, noi abbiamo l’impressione che lei venga solo qui a trovarci…" E io: "Be', sì, è vero…".  "Senta, ma ha intenzione di mettere la testa a posto? Di rispettare l'orario come fanno tutti in questa che è un’azienda seria? O di continuare con questi orari del cazzo?" E io: "Del cazzo, del cazzo". Al che lui, preso da un accesso di riso, disse: “Niente, volevo solo dirle che da questo momento le raddoppio lo stipendio…”. Perché nel frattempo avevo fatto Punt e Mes, la celebre canzone interpretata da Nicola Arigliano.

Quindi con Punt e Mes comincia la sua grande avventura a Carosello…

Sì, nasce così. Fu uno dei primi, se non il primo, carosello con musica originale, perché allora in genere si usavano musiche già esistenti. Per esempio, il famoso “Fino dai tempi dei garibaldini, China Martini, China Martini” riprendeva una melodia già esistente. Io invece credo di essere stato il primo a creare musiche originali per i caroselli.

Il carosello del Punt e Mes (1963).

Il secondo passo è stato quello di non fare più musica semplicemente per vestire delle immagini, ma di rendere protagonista una colonna sonora su cui si andavano a incasellare le immagini. E infatti Punt e Mes cominciava con “I remember Torino” (e si vedevano immagini di Torino, del Po, del Valentino), con questa ragazza che arrivava in bicicletta, fino al primo piano ("Pun-Pun, appuntamento yes") con i bicchieri che facevano il brindisi.

Tutti i miei caroselli nacquero così. Prima nasceva la colonna sonora, poi le immagini. Questa è stata la mia intuizione, peraltro niente di speciale, visto che è quello che ha fatto, facendo un paragone assolutamente immodesto da parte mia, anche Walt Disney con Fantasia.

Dopo Punt e Mes, un altro suo grande successo a Carosello fu l’Amaro Cora. Cosa ricorda di questa produzione?

Be', intanto ho deciso tutto io, avendo assoluta libertà creativa. La canzone era cantata da Fred Bongusto e arrangiata dal grande Chiaramello, e poiché allora non si poteva nominare ..... il nome del prodotto reclamizzato, inventai la ripetizione “Ancora ancora ancora…”.

Ispirandomi un po’ ai film di Frank Capra, avevo pensato a una coppia tipo James Stewart più una ragazza… L’attore italiano che più si avvicinava, timido e un po’ stralunato, era Giulio Bosetti, un attore di teatro, cui affiancai Gaia Germani, che cominciava allora ad affacciarsi al cinema. La trama era molto semplice: c’era lei che ogni volta combinava dei guai a lui. E alla fine facevano la pace grazie all'Amaro Cora. La serie ebbe un grande successo e durò molti anni.

Il carosello dell'Amaro Cora (1965)

 

Poi, nel '67, venne il grande successo del Merendero e di Miguel son mi. Ebbene, dalla Siae risulta che lei scrisse questa canzone con un certo Aldo Lossa…

Ecco, Lossa non ha fatto proprio nulla… Il fatto è che io non ero iscritto alla Siae, e siccome si trattava di fare dischi che si potevano vendere, per non perdere i diritti d'autore un mio amico avvocato mi presentò questo Aldo Lossa, un capo divisione del Municipio di Torino, uomo di una bontà infinita, che si prestò a firmare lui la canzone. Inizialmente alla Siae era addirittura firmata solo come Aldo Lossa, adesso è firmata come Romano Bertola. Alla Siae non ero iscritto perché chiudermi in una stanza per dare un esame era per me una cosa inconcepibile… Sono stato iscritto solo molto tardi "per chiara fama".

Come è nata questa canzone, ancora oggi così viva nella memoria?

Volete proprio sapere la verità? Nacque per un altro prodotto, e questa è una cosa che non sa nessuno! Per la carta carbone Pelikan. La canzone mi fu commissionata dai fratelli Pagot e faceva: “Con la stampa del Pelikan, ti ricordo la carta carbone, ti ricordo la qualità, con la stampa del Pelikan…” Ma alla Pelikan per qualche motivo non piacque, e rimase lì per due o tre anni. Quando nacque il Merendero, mi tornò in mente e riutilizzai la musica cambiando ovviamente il testo. Composte la musica e le parole, si trattava di trovare chi potesse interpretarla. L’agenzia voleva un complesso importante, e si optò per i Marcellos Ferial. Loro la incisero ma vidi che non andava bene per quello che volevo io. Era troppo professionale, troppo freddina. Erano bravissimi interpreti, per carità, (avevano ottimamente eseguito brani come Cuando calienta el sol), ma questa la fecero un po’ troppo pulitina. Io ricordavo invece tre ragazzi che suonavano nelle piole, le osterie di Torino, Los Gildos, e allora dico: io prenderei loro. L’agenzia all'inizio era restia, ma alla fine mi fece provare.

Il Merendero per i prodotti Talmone (1967 e 1973).

Ebbene, eravamo in sala di registrazione quando mi accorsi che non riuscivano a finire la strofa all'unisono. Io a quel punto, senza sapere che c’era il microfono aperto, dissi: "Guardate me! Miguel son mì!". E a quel punto il fonico, dall’altra parte del vetro, si mise a ridere e mi fece ascoltare la registrazione: ecco, questa frase è nata così… con la mia voce, ed è sempre rimasta questa anche se non era incisa bene, come una specie di portafortuna...

 

Quindi la SUA voce?

La mia voce, sì, la voce di “Miguel son mi” è mia… Così come quella di Jo Condor… “Ecché, c’ho scritto Jo Condor? Ma siamo impazziti??”. Ma anche quella è nata per caso, perché doveva farla Alighiero Noschese. Sennonché in quei giorni Noschese ebbe un raffreddore molto forte e noi dovevamo andare in onda. Io sapevo che la voce doveva essere una specie di Totò arrabbiato, e allora la feci io. Anche quella era incisa molto male, ma l’ho sempre tenuta così. Infatti il sonoro è un po’ frusciato, un po’ intubato.

Di chi era l'arrangiamento?

Degli stessi Gildos.

E a chi aveva attinto per i cori?

Qui c’era un coretto di una scuola di Torino, che si chiamava Maffei [si tratta infatti del Piccolo Coro del Maffei, N.d.R.], che oggi mi pare non ci sia più… Il preside della scuola, Giorgio Lupica, era un appassionato di musica e insegnava ai suoi alunni anche delle canzoncine. Così, quando avevo bisogno di bambini, attingevo a questo coro.

Più tardi lei realizzò una nuova versione del Merendero

Sì, una seconda serie di caroselli. La prima fu disegnata da Paul Campani, geniale ma se vogliamo fin troppo rarefatto, e di questa ne uscirono tre serie... Poi nel '73 la Talmone volle riprendere il Merendero e a questo punto (non ricordo se Campani non fosse più disponibile) chiamai Anacleto Marosi.

 

 

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